odio quando la gente se ne va
una storia sulle amicizie che vanno e vengono.
Qualche settimana fa, alcuni amici ci hanno invitato a fare colazione nella loro casa nuova. L'avevano comprata solo un paio di mesi prima. In un'ottima posizione, una casa d'epoca ma appena ristrutturata. Erano felicissimi. Ci hanno inviato l'indirizzo e ci siamo andati a piedi. Man mano che ci avvicinavamo, ho iniziato a sentire come se sapessi dove stavo andando. Ma come poteva essere, se non ci ero mai stata?
Quando siamo arrivati davanti alla porta, tutto ha preso senso. Sapevo esattamente dove mi trovavo. La finestra chiusa con un'inferriata davanti non aveva nulla a che fare con la finestra senza tende da cui un tempo si intravedeva un salotto con le pareti coperte di bottiglie di birra. Prima era impossibile passarci davanti senza farci caso. Ora era solo una finestra come tante, una finestra che cercava di non dare nell'occhio. Ma a me non la si faceva, l'avevo riconosciuta. Ero già stata dall'altra parte di quel vetro perché il mio amico U aveva vissuto in quella casa.
Ci hanno aperto e, salendo le scale e arrivando in quella che ora era la loro sala da pranzo, la mia testa è esplosa. Ho mandato immediatamente una foto a U.
«Oddio. Questa è camera mia. Chi ci abita?»
Ho dovuto metabolizzare il fatto che, dove ora c'era il loro divano nuovo, un tempo io cantavo sul vecchio divano di U mentre lui suonava la chitarra. Lì dove ora c'era un tavolo con candele e pane appena sfornato, una volta avevo visto la quinta stagione di Black Mirror con U e con M. Lì dove ora i miei nuovi amici stavano cucinando, U aveva dormito per tantissimo tempo.
Mi ha fatto male che tutti quei ricordi fossero stati intonacati e dipinti di bianco. Mi è sembrato ingiusto truccare la personalità di quelle pareti che avevano vissuto così tante cose.
La parte più folle di tutta questa storia è che, solo una settimana prima, U mi aveva detto che se ne andava.
All'improvviso ho sentito come se il mio amico fosse già stato cancellato, ancor prima di partire. Ho sentito come se l'universo avesse fatto uno dei suoi giochi di prestigio e stesse cercando di sostituire l'amico che se ne andava con altri nuovi, come se stesse spostando le persone come fossero mobili. Come se non potessi accorgermi del cambiamento.
Potrei riempire un alfabeto con le iniziali delle persone che se ne sono andate da quando vivo qui: A, P, H, C, C, M, F, J, U, L, E, J, A, A, W, T, C, F, G, H, I, J, J, K, L, P, S, V, Y, V, R… e quelli che sicuramente sto dimenticando.
Sento di aver vissuto almeno cinque vite negli ultimi sette anni. Sono cambiata io, certo, ed è cambiata la città, ma ciò che definisce una vita sono le persone che ti circondano e i rituali che si ripetono. Il sapere cosa aspettarsi. Voler fare le stesse cose, con la stessa gente, ancora e ancora. Il calore prevedibile di appartenere a un posto, con qualcuno.
A questo punto, potrei prendere un dottorato in fisica del flusso migratorio che si produce nei gruppi di amici all'estero. Ho visto cerchi espandersi, dividersi, dissolversi, rimpicciolirsi e, nel momento critico, incontri qualcuno di nuovo, i cui amici stanno svanendo a loro volta. Ed è allora che il ciclo ricomincia.
È come aggrapparsi a un'altra liana prima che quella vecchia si spezzi, un attimo prima di cadere. È uno sforzo costante. È vivere in uno stato di allerta, cercando di prevedere chi sarà la prossima persona ad andarsene. Sembra tutto a posto finché non ti rendi conto che presto quella persona non farà più parte dei programmi abituali, della quotidianità. Presto, per abbracciarla dovrai salire su un aereo. La vita di tutti i giorni evaporerà e dovrai imparare di nuovo a non contare su qualcuno che prima c'era sempre.
Sono stanca. Sono stanca che la gente se ne vada. Lo odio, sul serio. Odio che la gente se ne vada. Odio che i miei amici se ne vadano. Odio dover ricostruire la mia vita senza spostarmi di un millimetro. Odio dover fare il punto della situazione ogni quattro mesi con persone che hanno lasciato questa città ma che non voglio scompaiano dalla mia vita. Odio l'amicizia a distanza.
La parte peggiore è che ogni volta il colpo fa meno male, mi abituo a dire addio. Parlo la lingua dell'a presto, e so che nessuno sa mai quanto manchi a questo presto. Non so se sono diventata insensibile o se semplicemente vivo con un livello costante di tristezza che ammortizza le cattive notizie. Non è che voglia meno bene, è che, purtroppo, ho imparato a incassare il colpo.
Sento già che la prossima è vicina. Un'amica se ne andrà, e ogni giorno sembra che siamo più unite. È diventata un pezzo così fondamentale della mia vita che non riesco a credere che prima non ci fosse, né che starò bene senza di lei. Una volta che fai spazio a qualcuno, il suo posto resta vuoto quando non c'è più.
Il giorno della colazione nella nuova casa dei miei nuovi amici, dopo lo shock iniziale ho dovuto ricompormi. Mi sono seduta a tavola e ho mangiato uova strapazzate cremose e pane caldo con tahina e miele. Ho dovuto lasciarmi alle spalle la malinconia che mi stava travolgendo per investire in un'amicizia che era appena agli inizi. Chissà, forse tra qualche anno, quelle pareti bianche appena dipinte mi ricorderanno mentre chiacchiero e rido sul loro divano nuovo.
— jú.
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